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Bonafede arrestato: per il gip ha permesso a Messina Denaro di continuare a dirigere il clan

Un uomo d’onore riservato, un fedelissimo che ha consentito al boss Matteo Messina Denaro non solo di restare latitante ma anche di mantenere saldo il suo ruolo di capo di Cosa nostra. È il ritratto che, nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere, il gip di Palermo Alfredo Montalto fa di Andrea Bonafede, il geometra che ha prestato l’identità al capomafia di Castelvetrano. Bonafede, in serata, è stato arrestato dai carabinieri del Ros a Tre Fontane, in casa della sorella Angela, dove era andato a vivere, sulla tredicesima Est della frazione marinara di Campobello di Mazara. Bonafede, che avrebbe prestato l’identità al boss Matteo Messina Denaro, deve rispondere di associazione mafiosa. Al momento dell’arresto il geometra di Campobello di Mazara era da solo nell’abitazione, che dista poche centinaia di metri da un’altra casa dove vivono la madre e la sorella.

In un provvedimento di 17 pagine, che accoglie le considerazioni del procuratore di Palermo Maurizio De Lucia, dell’aggiunto Paolo Guido e del pm Piero Padova, il gip che ne ha disposto l’arresto smonta le bugie raccontate ai pm dal geometra di Campobello di Mazara, accusato non di favoreggiamento ma del più grave reato di associazione mafiosa. Secondo gli inquirenti, Bonafede avrebbe ceduto al capomafia il proprio documento di identità affinché potesse sostituire la fotografia. Il documento è stato utilizzato da Messina Denaro per accedere sotto falso nome alle cure del servizio sanitario nazionale almeno a partire dal 13 novembre 2020, quando fu operato all’ospedale di Mazara del Vallo. Il geometra ha inoltre consentito al boss di attivare una carta bancomat che il capo di Cosa nostra trapanese ha utilizzato per sostenere le spese necessarie per il sostentamento durante la latitanza e ha acquistato, per conto del padrino, un appartamento in via Cb31 con circa 15 mila euro in contanti che Messina Denaro gli ha dato. Somma che Bonafede aveva versato sul proprio conto corrente postale per chiedere l'emissione di un assegno circolare da utilizzare all’atto del rogito notarile. Grazie a questo, l’ex latitante ha ottenuto la disponibilità di un appartamento intestato ad una persona che non faceva parte del proprio entourage più ristretto e dunque di un covo sicuro.

Inoltre, sempre grazie a Bonafede, il capomafia ha potuto disporre di una Fiat 500 e poi di una Giulietta con cui muoversi indisturbato. Entrambe le auto - i documenti sono stati trovati nel covo del boss - sono state intestate formalmente alla madre disabile 87enne del geometra. Il concessionario presso il quale le macchine sono state comprate ha riconosciuto il cliente dai media e ha confermato agli investigatori l’acquisto, che sarebbe stato fatto con un bonifico. Secondo il giudice, Messina Denaro mai avrebbe potuto affidarsi a una persona che non fosse pienamente inserita in Cosa nostra. «Non è di certo minimamente credibile - spiega il gip - che il latitante notoriamente più pericoloso e più ricercato d’Italia, che pure, come dimostrato dalle innumerevoli indagini di questi anni finalizzate alla sua cattura ha potuto sempre disporre di un’attentissima ed ampia cerchia di soggetti che gli hanno consentito di proseguire la sua latitanza e nel contempo le sua attività di direzione dell’associazione mafiosa Cosa nostra quanto meno nell’intera provincia di Trapani, si sia ad un certo momento affidato ad un soggetto occasionalmente incontrato, non affiliato e che non vedeva da moltissimi anni, per coprire la sua identità, soprattutto nel momento in cui aveva necessità di entrare in contatto con strutture pubbliche sanitarie (con conseguente elevato rischio di essere individuato come in effetti è poi avvenuto il 16 gennaio 2023), oltre che per acquistare l'immobile ove per un periodo di almeno sei mesi e fino all’arresto ha poi dimorato».

«L'esperienza dell’arresto di tutti i più importanti latitanti di Cosa nostra - spiega il giudice - peraltro, insegna che i soggetti di vertice di tale organizzazione, per evidenti ragioni di sicurezza personale, tendono ad escludere dalla conoscenza del covo ove da latitanti si rifugiano persino la gran parte degli associati mafiosi, limitando, piuttosto, tale conoscenza ad una cerchia più ristretta e più fedele di coassociati». Bonafede sarebbe un uomo d’onore riservato. «Si è in presenza, in sostanza, sia pure, in termini di gravità indiziaria di un’affiliazione verosimilmente riservata di Bonafede per volontà del Messina Denaro», si legge nel provvedimento.

Il gip smonta anche la difesa del geometra che ha ammesso solo ciò che non ha potuto negare - come l’acquisito del covo - ma ha sostenuto di avere incontrato Messina Denaro solo pochi mesi fa. «L'acquisto dell’abitazione e la cessione di un documento di identità sul quale apporre la propria fotografia risalgono ad un periodo risalente almeno al 27 luglio 2020 (epoca di acquisto della prima autovettura) o comunque al 13 novembre 2020 (epoca del primo intervento subito da Messina Denaro sotto le mentite spoglie di Andrea Bonafede)», scrive il magistrato.

Bonafede, dunque, ha cercato di minimizzare il suo ruolo sostenendo di aver visto il boss Matteo Messina Denaro due volte e solo di recente. Mezze ammissioni, molte bugie. Ne è certo il gip Montalto, che nella misura cautelare scrive che Messina Denaro ebbe a usare l'identità fornitagli da Bonafede «certamente già in occasione del primo intervento chirurgico, subito il 13 novembre 2020», se non dal mese di luglio 2020, «quando ebbe ad acquistare, a nome della madre ultraottantenne, un’autovettura verosimilmente utilizzata dal Messina Denaro, come si ricava dalla circostanza che la stessa autovettura è stata successivamente data in permuta per l'acquisto di altra autovettura in questo caso sicuramente utilizzata dal Messina Denaro, che, infatti, era in possesso delle relative chiavi».

Andrea Bonafede, scrive il gip Alfredo Montalto nella misura cautelare disposta a suo carico, su richiesta del pm della Dda Piero Padova, «ha, in concreto, fornito un apporto di non certo secondaria importanza per le dinamiche criminose dell’associazione mafiosa della provincia di Trapani, avendo così consentito a Messina Denaro, non soltanto di mantenere la sua latitanza, ma soprattutto, anche mediante la sua presenza nel territorio, di continuare ad esercitare il ruolo direttivo dell’organizzazione mafiosa».

 

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