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MILANO

Assolto il poliziotto che era stato accusato di essere una «talpa» del clan di Messina Denaro

Trapani, Cronaca
Un'aula del Palazzo di giustizia di Milano

È «più che verosimile» che l'imputato sia entrato nel «sistema informatico Sdiweb per il disbrigo di una pratica lavorativa per la quale era autorizzato, e non già per questioni personali o estranee alle sue funzioni». Lo scrive la Corte d’Appello di Milano nelle motivazioni della sentenza con cui ha assolto, il primo dicembre scorso, da tutte le accuse, in particolare l'accesso abusivo a sistema informatico, con la formula «perché il fatto non sussiste», Tommaso Saladino, ispettore della polizia di Stato che era in servizio presso il commissariato Comasina, nel capoluogo lombardo.
Il poliziotto era stato condannato a 3 anni e 9 mesi in primo grado ed era accusato di essere stato la presunta «talpa» di narcotrafficanti arrestati nel 2019 in un’inchiesta siciliana e che agivano, stando alle ricostruzioni, sotto l’egida di Cosa Nostra e all’ombra di quello che all’epoca era ancora il super latitante Matteo Messina Denaro, ora in carcere.

L’imputato, difeso dall’avvocato Gabriele Maria Vitiello, secondo la quinta sezione penale d’appello (presidente Monica Fagnoni), «nel periodo in cui svolgeva servizio presso il commissariato Comasina in qualità di responsabile amministrativo, svolgeva le mansioni riconducibili alle procedure di detenzione e porto d’armi, tra le quali vi era anche (per competenza territoriale) il fascicolo» relativo alla posizione di un amico. E per i giudici non si può escludere «a priori la veridicità dell’ipotesi alternativa lecita offerta dalla difesa, consistente nella necessità di accedere al sistema informatico al fine di effettuare le doverose verifiche in prossimità della scadenza del porto d’armi» dell’amico.

I fatti contestati risalivano al 2013 e riguardavano, secondo l'accusa, «ripetute interrogazioni» alla banca dati SdiWeb del Ministero dell’Interno per chiedere informazioni su «soggetti sottoposti a indagine» in un procedimento «conseguente al sequestro di 240 kg di hashish avvenuto in Paderno Dugnano (...) il 26 maggio 2013». L'indagine portò a tre arresti (operazione Eden 3 del novembre 2019). Lo scorso dicembre il tribunale di Marsala ha condannato uno dei tre, Nicolò Mistretta, a 24 anni di carcere. In precedenza il gup di Palermo aveva condannato un altro degli arrestati, Giacomo Tamburello, a 12 anni di carcere, mentre il terzo, l'ex avvocato Antonio Messina di Campobello di Mazara, venne assolto. Si tratta della stessa persona tornata alla ribalta della cronaca in questi giorni: gli investigatori gli hanno perquisito due case nell'ambito delle indagini sui fiancheggiatori del boss arrestato lunedì 16 gennaio, Matteo Messina Denaro.

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