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Mafia, dietro ogni affare di Messina Denaro c'era il pupillo Francesco Luppino

Francesco Luppino gestiva la provincia di Trapani per conto dell'ex padrino di Castelvetrano

Francesco Luppino

L’indagine «Hesperia» del 6 settembre 2022 era sfociata nell’arresto di 33 persone: 21 in carcere e 12 ai domiciliari.

Tra loro, nomi noti della criminalità organizzata di Marsala, Mazara, Campobello e Castelvetrano, ma anche diversi volti nuovi. Tutti con ruoli diversi e a disposizione di «Ignazieddu», l’ultimo degli «alias» di Matteo Messina Denaro. «Ignazieddu» lo appellava così il suo luogotenente, il campobellese Francesco Luppino, «lo zio Franco» o detto anche «Gianvito» dai suoi sodali mafiosi. Luppino molti anni fa, fu arrestato per omicidio, ma grazie ad una legge svuota carceri, negli anni ‘90 tornò libero, il delitto era di mafia, ma al momento della condanna non gli fu contestata l’aggravante.

Nella sua Campobello, fu omaggiato nelle più importanti occasioni. Fu arrestato nei primi anni del 2000, scontò la condanna ma a settembre 2022 è tornato in cella, con una imputazione più pesante. Per i magistrati antimafia, Francesco Luppino era il capo mafia della provincia, su delega dell’allora latitante.

«Per adesso il perno di tutto è lui», così di Luppino sono stati sentiti parlare due mazaresi, uno dei quali imparentato col defunto boss Mariano Agate. Uno «potente» lo «zio Franco», «il numero uno della provincia di Trapani», commentavano un paio di mafiosi palermitani. I Carabinieri riuscirono a ricostruire la rete di rapporti con Cosa nostra palermitana, agrigentina e catanese. Una mafia, quella trapanese, in grado di controllare il tessuto economico – sociale della provincia, condizionare la libertà degli incanti, gestire anche la security dei pubblici locali, occuparsi di recupero crediti. Interessi mafiosi sono stati scoperti in alcune aste giudiziarie, una rete per controllare acquisti di immobili, terreni, alberghi in località turistiche come Tre Fontane, Mazara, Selinunte ed Erice. Tutte operazioni possibili «con il benestare di Castelvetrano» dicevano gli intercettati finiti sotto inchiesta, e che si rivolgevano allo «zio Franco».

Tra gli affari monopolizzati anche il mercato oleario di Campobello. A fare il prezzo sempre lui, Luppino. Una inchiesta che fece palesare come gli ultimi tra i più vicini favoreggiatori della latitanza del boss, potevano essere personaggi incensurati in giacca e cravatta. Luppino, ritenuto uno dei principali portavoce del boss, scarcerato era tornato a tessere la sua rete di relazioni.
E in poco tempo aveva ricostruito un nuovo gruppo di fedelissimi attorno all’allora primula rossa di Cosa nostra. «È vivo e vegeto», riferendosi al boss, diceva il braccio destro di Luppino, intercettato mentre parlava con un complice.

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