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Mafia di Castellammare, Asaro il dentista massone che parlava ai clan Usa

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Il bacio tra il boss Mariano Asaro e l'ex deputato regionale Paolo Ruggirello

Un rapporto con Cosa Nostra lungo decenni, così solido da essere identificato come uno dei maggiori esponenti della mafia trapanese. Un insospettabile dentista, il boss 64enne Mariano Asaro, che in realtà si qualifica come uno degli esperti armieri a disposizione delle famiglie trapanesi, tanto che i collaboratori di giustizia ne parlarono come uno dei presunti artificieri delle Stragi di Capaci e via D’Amelio. Il suo coinvolgimento, però, non è mai stato finora confermato.

Ma non solo, Asaro era anche il ponte tra le famiglie americane e quella di Castellammare del Golfo prima e durante l’ascesa dei corleonesi di Totò Riina.

L'ascesa di Mariano Asaro si lega a doppio filo con gli "omicidi eccellenti" rimasti irrisolti e nei rapporti con altri ambienti, come la massoneria deviata. «Non era uomo d’onore ma diceva, si vantava che era alla massoneria, apparteneva alla massoneria, era massone», disse Antonio Patti, mafioso di Marsala poi divenuto collaboratore di giustizia.

Il suo nome saltò fuori anche dagli elenchi della Ciullo d’Alcamo, una delle tante logge coperte, trovate all’interno del Circolo Scontrino, un piccolo centro di potere operativo in tutto il territorio di Trapani, scoperto nel 1986 dalla Criminalpol.

Tra gli anni settanta e gli ottanta, riuscì a sfuggire agli ordini di cattura, agevolato da «soffiate» poi raccontate dai collaboratori ai pm.

«Eravamo entrambi latitanti a Marausa - ha detto il pentito Gaspare Spatuzza - entrammo in grande confidenza e l’Asaro nel riferirmi delle grandi opportunità che derivavano da Cosa Nostra dai rapporti con la massoneria mi disse che Mariano Agate (capo del mandamento di Mazara del Vallo fino alla morte nel 2013) ne era un esempio».

Fu assolto per l’omicidio del magistrato Giangiacomo Ciaccio Montalto del 1983, e soltanto nel 1995 venne condannato per mafia. «Coloro che hanno modo di conoscerlo riferiscono che Asaro appare ambizioso, sicuro di sè, scaltro, opportunista, egocentrico», scrivevano di lui nel 1975. «La sua florida attività non avrebbe potuto certo mantenersi a elevati livelli - continuava il rapporto di polizia - se l’Asaro non avesse coltivato anche «amicizie di rispetto».

Nelle sentenze si parla di lui come "il dentista" perchè in alcuni casi affiancò degli odontotecnici locali. Ciò gli fornì l’alibi perfetto per sfuggire alle accuse per la Strage di Pizzolungo del 2 aprile 1985, in cui doveva saltare in aria il magistrato Carlo Palermo (che sfuggì all’attentato). In quell'esplosione morirono però Barbara Rizzo e i gemellini Beppe e Tore Asta.

Agli agenti della Squadra Mobile disse che quel giorno stava visitando dei pazienti nello studio di un medico di Palazzo Adriano. Per anni affiancò anche Vincenzo Milazzo, il boss di Alcamo trucidato dagli uomini di Riina il 14 luglio 1992 perchè si era rifiutato di uccidere il magistrato Paolo Borsellino.

Ma anche lo storico boss Natale L’Ala di Campobello di Mazara, con cui condivideva l’iscrizione alla massoneria e i contatti con altre famiglie. Tanto da «portare i suoi saluti a personaggi appartenenti a Cosa Nostra americana», recapitandogli anche un accendino d’oro proveniente dagli Usa.

Il 28 dicembre 1989, però, ebbe l'occasione di partecipare al tentato omicidio di L’Ala, vittima poi il 7 maggio dell’anno seguente.

Albero genealogico "di tutto rispetto" quello di Mariano Asaro, parente di terzo grado di Gioacchino Calabrò, il meccanico di Castellammare del Golfo condannato all’ergastolo per la Strage dei Georgofili di Firenze, in cui morirono cinque persone, e per quella di Pizzolungo.

Nel processo sulla Strage trapanese emerse l’utilizzo di un cannocchiale, che - come venne infine accertato - era stato acquistato da Asaro, che disse di averlo effettivamente regalato al figlio di Calabrò. Dopo l’ennesima scarcerazione, nel 2007 era tornato a incontrarsi con l’allora reggente della famiglia di Trapani, Francesco Pace (tuttora in carcere) per decidere il pizzo sulle piccole imprese, ma anche sulle grandi opere come quelle per gli Act's trapanesi dell’Americàs Cup.

Nel 2013, dal carcere, pilotò l’estorsione a Gregory Bongiorno, imprenditore nel settore dei rifiuti che, dopo aver ereditato l’azienda di famiglia, denunciò i suoi aguzzini.

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