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TRIBUNALE

Salemi, per Giammarinaro il "non luogo a procedere": accusato di appropriazione indebita

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"Non luogo a procedere" perché la querela è stata presentata troppo tardi dagli amministratori giudiziari. Ben oltre i 90 giorni previsti dalla legge.

È quanto ha sentenziato il giudice monocratico di Marsala Vito Marcello Saladino nel processo che per appropriazione indebita aggravata in concorso vedeva imputati l'ex deputato regionale della Dc Pino Giammarinaro, la moglie Giovanna Calistro, Antonio Maniscalco, Giuseppe Angelo, Fabrizio Chianetta, tutti di Salemi, e Antonio Inzirillo, avvocato, di Gibellina. Secondo l'iniziale accusa, i sei imputati si sarebbero appropriati di notevoli somme (circa un milione e 240 mila euro) prelevate dalle casse di centri medici e di fisiokinesiterapia che avrebbero fatto capo a Giammarinaro, mentre gli altri erano amministratori o soci "sulla carta" e in un caso, quello di Angelo, dipendente.

L'indagine, svolta dalla pg della Finanza della Procura, e coordinata dall'allora procuratore Alberto Di Pisa e dal sostituto Nicola Scalabrini, riguardava il “Centro Emodialisi Mazarese”, di cui era a.u. Maniscalco, il “Ginnic Club Alicia”, a Salemi, di cui erano soci accomandatari la Calistro e Chianetta, e la “Salus srl”, di cui era a.u. Inzirillo. Dal “C.E.M.”, a più riprese, sarebbero stati prelevati 954 mila euro, di cui 100 mila come prestito ad Angelo. Tutto ciò tra il 2008 e il 2011. Fino a poco tempo prima, dunque, del maxi sequestro di beni (maggio 2011) subito da Giammarinaro con l'operazione di polizia e guardia di finanza “Salus iniqua”.

Nel processo, però, l'accusa non è riuscita a provare il sospetto che Pino Giammarinaro fosse l'amministratore “di fatto” delle società e per questo motivo, lo scorso anno, il pm Niccolò Volpe aveva invocato l'assoluzione per l'ex deputato regionale e per altri tre imputati: la moglie dell'ex politico salemitano, Giuseppe Angelo e Antonio Inzirillo. E ciò dopo le dichiarazioni rese dagli amministratori giudiziari e una serie di documenti prodotti dalla difesa. Per Antonio Maniscalco e Fabrizio Chianetta, invece, c'era stata richiesta di condanna. Per il primo, il pm Volpe aveva chiesto due anni di reclusione, mentre per il secondo un anno e mezzo. Già nel maggio 2018, si era intuito che il processo potesse sgonfiarsi. Anche in virtù della questione procedurale sollevata dalla difesa proprio in relazione alla querela. Alcuni legali, infatti, hanno evidenziato che sulla base di una recente normativa il reato contestato dovrebbe essere perseguibile a “querela di parte”.

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