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Lo scambio di neonate a Mazara, il primario: «Sono innocente»

Antonino Adamo è stato prosciolto in Cassazione: annullata la condanna per lesioni
Trapani, Archivio

MAZARA. «Io quel giorno ero in ferie. E per sette anni, dopo 27 da primario senza alcuna denuncia, ho dovuto sopportare una vicenda giudiziaria dolorosa su una storia in cui non c’entravo nulla». A parlare è Antonino Adamo, che era a capo del reparto di Pediatria dell’ospedale Abele Ajello di Mazara del Vallo il fatidico primo gennaio del 1998, quando due bambine vennero scambiate in culla, errore che si scoprì soltanto due anni e dieci mesi dopo. Melania e Carolina, nomi di fantasia, vissero per la prima infanzia nelle famiglie «sbagliate» prima che i genitori decidessero con il cuore spezzato di rimettere le caselle al loro posto. «Era Capodanno, io non c’ero — dice il medico, oggi in pensione — e nei giorni successivi nessuno dei familiari delle bambine mi palesò il dubbio sullo scambio. Non è vero che rifiutai l’analisi del sangue, nessuno me la chiese». Adamo, assistito dall’avvocato Vincenzo Lo Re, dopo la condanna in primo grado a otto mesi — quattro per falso (alterazione del cartellino di dimissione di una delle neonate), quattro per lesioni colpose (danni psicologici ai genitori delle bimbe) — ha affrontato una lunga vicenda giudiziaria che lo ha visto alla fine prosciolto da ogni accusa. Se in appello il reato di falso era stato prescritto ed era stata confermata la condanna per lesioni, in Cassazione è stata ribadita la prescrizione per la prima accusa e l'altra condanna è stata invece annullata per un vizio procedurale: il pg aveva impugnato in ritardo l'ordinanza di proscioglimento del gip. «Sono completamente innocente — dice Adamo — come hanno confermato al processo sei medici e dodici infermieri». Quanto al cartellino di dimissione di una delle neonate, l’ex primario dice di essere certo «che non era alterato né corretto in alcuna parte, e i dati erano uguali a quelli della cartella clinica. Se qualcuno lo ha falsificato, questo è avvenuto dopo». Ricorda bene quei giorni, Adamo. «Mancavano i braccialetti identificativi nella sala nido, supplivamo con cartoncini messi in culla. Qualcosa accadde in quegli attimi, con la sala gremita dai parenti delle bambine, che erano nate quasi contemporaneamente». Ma, spiega l’avvocato Lo Re, «non si può stabilire chi abbia commesso l’errore all’interno della nursery», e quindi nessuno è stato condannato. Resta in piedi la richiesta di risarcimento in sede civile nei confronti dell’Asp di Trapani, condannata in primo grado a pagare alle due famiglie 800 mila euro. L. An.

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