TRAPANI

Assolto dall'accusa di mafia gli restituiscono l'azienda ma ora l'erario vuole 3 milioni

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TRAPANI. Sorpresa amara per l’imprenditore trapanese Enzo Mannina che, dopo aver scontato 4 anni e sette mesi di carcere per associazione mafiosa, in regime di custodia cautelare, è stato assolto dai giudici della Corte di appello di Palermo, ha ottenuto la restituzione dei beni confiscati, ed ha visto revocata l’applicazione della sorveglianza speciale e confisca delle società: Riscossione Sicilia gli ha, in questi giorni, notificato una comunicazione preventiva di ipoteca per un debito di oltre 3 milioni di euro, accumulato con l’erario, durante l’amministrazione giudiziaria dell’azienda per la produzione di calcestruzzo «Mannina Vito Srl», sequestrata nel 2007 e successivamente confiscata.

Circa 1 milione e 400 mila euro di debito riguarda il finanziamento di un progetto della legge 488, revocato alla società a seguito dell’informativa antimafia. Riscossione Sicilia ha chiesto il pagamento integrale del debito entro trenta giorni, a far data della notifica (8 settembre scorso); cifra che l’azienda, oggi, non è in grado di sborsare.

«La paradossale situazione in cui si è venuta a trovare la Mannina Vito» Srl - dice l’avvocato Michele Guitta, uno dei legali del gruppo imprenditoriale - è frutto della normativa vigente che consente in ipotesi di confisca definitiva l'estinzione per confusione dei crediti erariali».
L’indebitamento, mette a rischio la stabilità dei circa trentacinque dipendenti della società. Il gruppo intende adesso formalmente proporre una dilazione di pagamento.

Enzo Mannina, 56 anni, figlio del fondatore della società, fu arrestato nel 2007 nell’ambito dell’operazione «Mafia & Appalti», ed indicato, assieme all’imprenditore valdericino Tommaso Coppola, come il vice del capomandamento di Trapani, Francesco Pace. Nel 2008 fu condannato dal gup di Palermo a 6 anni ed 8 mesi di reclusione. Nel 2010 i giudici di secondo grado, riformando la sentenza, lo condannarono a 6 anni e 3 mesi. La Cassazione nel 2011 annullò con rinvio. Una nuova Corte di appello lo condannò a 6 anni di carcere; ma nel 2015 la Cassazione annullò nuovamente con rinvio; nello scorso dicembre giunse l’assoluzione «perchè il fatto non sussiste». Nel giugno scorso, infine, sempre la Corte di appello, decretò la revoca della misura di sorveglianza, della confisca e del sequestro di tutte le quote sociali, perchè «le uniche ragioni che hanno portato all’adozione della confisca, si sono rivelate non suffragate da elementi indiziari datati di obiettiva consistenza».

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