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L'INCHIESTA

Migranti nigeriane "schiave del pulito", torna in libertà un'altra indagata

di
Alcamo, migranti, Trapani, Cronaca
Il tribunale di Palermo

Operazione della polizia “schiave del pulito”, arriva un nuovo provvedimento di revoca di arresti domiciliari. Riguarda Monica Torregrossa, di Palermo ma residente ad Alcamo è difesa dall'avvocato Vincenzo Pillitteri. Il provvedimento di revoca dei domiciliari, misura alla quale la donna si trovava dallo scorso 22 luglio, è stato disposto dal Gip del Tribunale di Palermo Annalisa Tesoriere, che aveva firmato la misura cautelare.

Monica Torregrossa è rimasta coinvolta, assieme ad altri indagati, nell'operazione della polizia sulle “schiave del pulito”, le donne nigeriane arrivate a Palermo e impiegate nei consorzi per fare le pulizie negli alberghi.

Monica Torregrossa, responsabile del centro “Casa di Francesco” di Roccamena, nel corso dell'interrogatorio di garanzia ha riferito che si trattava di un centro di seconda accoglienza e vi era l'obbligo di integrazione lavorativa dei cittadini extracomunitari nel territorio (anche per sottrarle al fenomeno della prostituzione). Che le due donne nigeriane, quando vi giunsero, già lavoravano per Luca Fortunato Cardella (uno degli altri arrestati nell'operazione, la persona che assumeva le donne) e lei si era informata su di lui tramite la responsabile del centro di accoglienza dal quale le due ragazze provenivano. Torregrossa ha riferito di aver avuto modo di conoscere Cardella all'Hotel Park Esperidi di Castelvetrano e che in quella occasione si era presentato in maniera positiva “era molto convincente, abilissimo oratore ed era schierato per i diritti delle lavoratrici”.

Aveva detto che l’impegno era di 3-4 ore al massimo, per una paga mensile di 400 euro. L'impiego delle ragazze non ha mai portato alcun utile alla struttura e non è mai stato riferito alle donne che sarebbero state cacciate se non avessero lavorato.

Il 25 luglio scorso era stato revocato il provvedimento dei domiciliari anche ad un'altra donna Lamia Tebourbi, mediatrice culturale. La donna, difesa dall’avvocato Giorgio Bisagna, aveva ribadito durante l’interrogatorio che nel centro di accoglienza straordinaria “Donne Nuove” si batteva per liberare queste donne dalla tratta e farle restare il più possibile in Italia. Per questo era fondamentale che le nigeriane avessero un contratto di lavoro, perché in questo modo potevano dimostrare la loro inclusione che le avrebbe tenute lontano dalla tratta e dalla prostituzione.

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