TRIBUNALE

Definì un boss "pezzo di m...", assolto un giornalista trapanese

TRAPANI. Più alta è la caratura del mafioso più forte può essere il giudizio critico nei suoi confronti. E' possibile usare anche espressioni molto crude come "pezzo di merda". E' il principio fissato dal giudice Gianluigi Visco che ha assolto dall'accusa di diffamazione a mezzo stampa il giornalista Rino Giacalone, querelato dalla vedova e dai figli del boss Mariano Agate. Agate, capo del mandamento di Mazara del Vallo, era il consigliere più ascoltato, in provincia di Trapani, da Totò Riina.

Era stato tra l'altro condannato all'ergastolo per la strage di Capaci. Nel giorno della sua morte Giacalone scrisse in un blog una biografia del boss e citando anche un'espressione di Peppino Impastato: "La mafia è una montagna di merda". I familiari di Agate hanno querelato il cronista e si sono costituiti parte civile tramite l'avvocato Celestino Cardinale. Nella sua requisitoria il pm Franco Belvisi ha chiesto la condanna del cronista a 4 mesi di reclusione e 600 euro di multa sostenendo che anche nei confronti di un mafioso le espressioni critiche vanno mantenute al livello di una "reputazione minima".

Il difensore del giornalista, l'avvocato Carmelo Miceli (l'altro era Domenico Grassa), ha invece sostenuto che nel bilanciamento degli interessi prevale il diritto del cronista di descrivere in forme anche pesanti la biografia di un soggetto criminale della portata di Agate. Il giudice ha tra l'altro richiamato nel dispositivo la tutela dell'art. 21 della Costituzione. "Questa sentenza - ha spiegato l'avvocato Miceli - riconosce la funzione sociale dell'informazione critica e sdogana l'espressione 'montagna di merda' riconoscendo l'evoluzione del linguaggio giornalistico che non può essere ingabbiato nello schema di una giurisprudenza superata".

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